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Tra sogno e realtà con Barbara Pizzetti e Cecilia Badini

Barbara Pizzetti legge alcuni testi di Dino Buzzati, Roald Dahl e Luis Sepúlveda, accompagnata da Cecilia Badini al pianoforte
Barbara Pizzetti legge alcuni testi di Dino Buzzati, Roald Dahl e Luis Sepúlveda, accompagnata da Cecilia Badini al pianoforte

Venerdì 22 giugno, in un salone da parrucchiere di Borgo Trento, si è tenuto il terzo appuntamento di Musica in Salotto. Cecilia Badini, giovane e talentuosa pianista bresciana ha accompagnato l’attrice Barbara Pizzetti lungo un viaggio letterario al confine fra notte e giorno, veglia e sonno, realtà e sogno.
L’inizio del viaggio è stato segnato da un racconto di Dino Buzzati, ritenuto uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano (tanto da essere a più riprese definito il “Kafka italiano”), autore di romanzi surreali e realistico-magici spesso prossimi all’orrore e alla fantascienza. Il borghese stregato, apparso sul Corriere della Sera nel giugno 1942, narra la singolare, tragica avventura di Giuseppe Gaspari, commerciante di cereali, di 44 anni. L'uomo, che ha raggiunto la famiglia in villeggiatura, per sfuggire alla noia, si aggrega a un gruppo di ragazzini che giocano ai selvaggi in un “selvatico valloncello, dai fianchi di terra rossa, ripidi e crollanti. […] Un posto di vipere, rovente di sole, stranamente misterioso”. Preso dalla finzione, si lancia all'assalto di un fortino nemico, ma viene colpito da una freccia.


“Sì, lui, quarantenne, si era messo a giocare coi bambini credendoci come loro; solo che nei bambini c'è una specie di angelica leggerezza; mentre lui ci aveva creduto sul serio, con una fede pesante e rabbiosa, covata, chissà, per tanti anni ignavi senza saperlo. Cosi forte fede che tutto si era fatto vero, il vallone, i selvaggi, il sangue. Egli era entrato nel mondo non più suo delle favole, oltre il confine che a una certa stagione della vita non si può impunemente tentare. Aveva detto a una segreta porta apriti, credendo quasi di scherzare, ma la porta si era aperta veramente. Aveva detto selvaggi e così era stato. Freccia, per gioco, e vera freccia lo faceva morire.”

Tornato in albergo, quella ferita lo porta a una rapida agonia. Gaspari, borghese e sognatore in fuga dal reale, muore, ma contento di sé, giacché almeno una volta ha saputo sottrarsi alla mediocrità della vita…“Ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere.”
Altrettanto “avventurosa” e fantastica di quella di Giuseppe Gaspari, è stata la vita di Roald Dahl, noto principalmente come autore di geniali, intramontabili e amatissimi romanzi per ragazzi, fra i quali il più celebre è senza dubbio La fabbrica di cioccolato (da cui nel 1971 venne tratto il cult movie “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” interpretato da Gene Wilder, mentre nel 2005 a rivestire i panni dell’enigmatico signor Wonka nel film “La fabbrica di cioccolato”, diretto da Tim Burton, fu Johnny Deep).
Roald Dahl, oltre che scrittore, fu pilota di caccia per la Royal Air Force durante la II Guerra Mondiale, spia, storico del cioccolato e inventore medico. Dalla sua fervida immaginazione nacquero personaggi indimenticabili, come il Grande Gigante Gentile, il quale oltre che per il fatto di essere gentile si differenzia dagli altri terrificanti giganti, per essere vegetariano. Il GGG svolge un lavoro singolare…cattura i sogni che volano nell’aria con una grande rete da farfalle. Grazie alle sue “orecchie miralobanti” con cui “è in grado non solo di sentire la musica dei sogni, ma anche di capirla”, li cataloga ed etichetta come “tintinnarelli”, “suonarini”, “lamponi-di-genio”, per poi soffiarli con la sua tromba nelle camere da letto dei bambini, all’Ora delle Ombre.
Una notte, non riuscendo a dormire, Sofia scorge dietro oltre la finestra dell’orfanatrofio in cui vive, la sagoma del gigante avvolto in un lungo mantello nero e il GGG, per timore di essere denunciato, è costretto a rapirla e portarla con sé nella sua caverna. E qui Sofia, apprende dal gigante una grande verità:


“I sogni è una cosa molto misteriosa, nessuno può spiegarli, neanche i professori con un cervello grande così.”

Il GGG narrato da Barbara Pizzetti


L’ultimo racconto della serata, di Luis Sepúlveda, ha chiari riferimenti biografici e allude ad un uomo, “un poveretto uscito dal carcere abbastanza malato”, trasferitosi in Europa, “che se ne sta tranquillamente seduto a contemplare l’immobilità della sera”.
My Favourite Things (tratto dalla raccolta Incontro d'amore in un paese in guerra) ci riporta alla stessa percezione del primo brano letto e cioè di un confine tanto sottile fra realtà e suggestione/sogno, da veder irrompere il sogno nella realtà e modificarne gli eventi e l’andamento. Il pretesto per altro è offerto dalla musica, dal jazz…in continuità con l’appuntamento precedente di Musica in Salotto con Boris Savoldelli e Cyrille Lehn. Colpito dalla notizia della morte del celebre musicista jazz Thelonius Monk, infatti, il protagonista, decide di rendergli un omaggio.


“Sa che da qualche parte in casa ha un nastro del quartetto di Thelonius Monk e sa anche che è John Coltrane a suonare il sax soprano, e che la prima volta che ha ascoltato My favourite Things è stato ormai talmente tanto tempo fa che non vale la pena ricorrere ai calendari del ricordo. Cerca a quattro zampe, spolvera uno dopo l'altro i nastri, legge pigramente le annotazioni fatte con inchiostro colorato, osserva il passare degli anni nelle scritte ormai sbiadite, e finalmente trova il nastro che desidera.”

Stappa una bottiglia di vino, si versa un bicchiere colmo fino all’orlo e si siede in attesa delle prime note. Dapprima si sorprende per ciò che sta ascoltando, pensa si tratti di un difetto di registrazione o un effetto non ricordato, ma si rivela indiscutibilmente un pianto, un pianto di donna leggermente soffocato…e poi voci e parole di conforto.


“Allora si rimette in piedi, alza il volume, incolla le orecchie all'altoparlante e può riconoscere la donna che piange. È sua madre. La voce parla fra singhiozzi di sogni e di speranze, là, sull'altra riva del grande mare, piange lacrime dolci, ma desolate, e sopra le frasi di conforto, riesce ad articolare alcune parole più comprensibili, qualcosa come che aspettava da sempre quella notizia, qualcosa come che pena non poter essere là con lui…”

L’uomo guarda la strada solitaria, oltre i riflessi d’acqua sulle finestre, e si accinge ad uscire, chiudendo dietro le spalle di noi spettatori le porte del viaggio nel terre del sogno.



 

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